2001 : ODISSEA NELLO SPAZIO

CINEMA

E’ riapparso nelle sale oggi e ci rimarrà fino a domani, esattamente 50 anni dopo l’uscita, il capolavoro di Stanley Kubrick 2001: Odissea nello spazio. Tutti lo conoscono, certo, ma quanti hanno veramente capito il senso del lavoro tratto dal romanzo di Arthur Clarke che il genio americano ha prodotto e diretto nel 1968? La mia ultima volta con 2001 risale ad almeno 35 anni fa, la chiave di lettura il monolito, probabilmente mi devo essere assopito tra una scena e l’altra, adesso invece, con una maturità diversa e un diverso approccio alla visione, non posso non ammettere che anche le scene che prima consideravo lente al limite della noia ora descrivono appieno una vera e propria meraviglia su pellicola. Ogni fotogramma è una quadro che dice cose diverse da quello precedente e da quello successivo, un vero e proprio incanto di colori nell’alternarsi del buio e della luce, si rimane a volte abbagliati, altre frastornati dentro al nero di uno spazio fuori dal tempo. E poi c’è HAL 9000. La voce me la ricordavo, calda, affascinante, poi cinica e spaventosa, e lì che probabilmente Kubrick ha cominciato a pensare a Shining, quando il computer comincia la mattanza, senza alcuna pietà, e poi infine, messo all’angolo supplica, chiede perdono, implora di potere vivere ancora, poi la filastrocca, giro giro tondo, il flow and flutter, la fine. E Strauss, quel valzer lasciato andare tra le stelle, a sottolineare qualsiasi movimento dell’universo e dell’uomo dentro di esso, quell’incedere privo di gravità alcuna nelle note soavi e spensierate. Uno spettacolo autentico, strepitoso, straordinario.


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