A UN METRO DA TE

CINEMA

A UN METRO DA TE

Una storia d’amore romanzesca ha una genesi piuttosto complicata. Nasce dall’attrazione, passa per il dolore, spesso si conclude in tragedia. Prima Romeo e Giulietta, poi Love Story, la morte amplifica notevolmente la percezione dei sentimenti, e, per quel che riguarda prosa, teatro e cinema, rende il rapporto eterno. A un metro da te, opera prima del regista di origine italiana Justin Baldoni, non si discosta molto da questo filone, ma è comunque un bel film. La narrazione verte sulla liaison di due giovani affetti da fibrosi cistica, Stella e Will, perennemente in lotta contro il destino avverso, ma pieni di speranza e di voglia di vivere. Le vicende che si susseguono dentro l’ospedale nel quale sono entrambi ricoverati sono struggenti. Per impedire il contagio devono rimanere sempre a distanza senza nessun tipo di contatto fisico, ma questo non ferma i due protagonisti che trovano sempre nuovi escamotage per sorridere della loro difficile situazione. Ci sono diversi momenti assolutamente commoventi, e le lacrime arrivano, aiutate dai dialoghi e dalla colonna sonora ricca di ballate romantiche e malinconiche, come Don’t give up on me di Andy Grammer, Medicine-Daughter, To let go di Cozy. Ottima la prova attoriale della giovane ed espressiva Haley Lu Richardson, nella parte di Stella, così come sono all’altezza Cole Sprouse in quella di Will e Moises Arias nelle vesti di Poe, amico d’infanzia di Stella che rimane vittima della malattia dopo avere partecipato alla festa per il compleanno di Will, scena metafora riguardo alla brevità dei momenti felici rispetto alle dure battaglie che contraddistinguono la fragile esistenza umana. Buona, per essere un esordio, la regia di Baldoni, affascinante la fotografia di Frank G. DeMarco. Insomma, un film da vedere senza dubbio, senza dimenticare di arrivare in sala armati di fazzoletti.

 

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