LADY BIRD

CINEMA
Miglior film, migliore attrice protagonista e non protagonista, migliore sceneggiatura originale, migliore regia. Queste le cinque nominations che l’ Academy ha regalato all’attesissimo lavoro targato Universal, Lady Bird, in uscita nelle sale italiane dal primo marzo, una storia semplice che racconta il rapporto complicato tra una madre e una figlia durante il passaggio dall’adolescenza all’età adulta di quest’ultima. Un piccolo capolavoro al femminile, scritto e diretto dalla semi esordiente regista americana Greta Gerwig e interpretato magistralmente da due attrici in stato di grazia, la strepitosa Saoirse Ronan, appena ventiquattrenne ma con un curriculum decennale ricco di interpretazioni di livello, a cominciare da “Espiazione”, passando per due chicche come “Hanna” e “Byzantium”, per arrivare alla smaliziata Laurie Metcalf, attrice teatrale di spessore che ha raggiunto notorietà televisiva vestendo i panni della madre di Sheldon Cooper in “The Big Bang Theory”. Lady Bird, va detto subito, è uno di quei film che vorresti non finissero mai, divertente, delicato, commovente, costruito su una sceneggiatura brillante, imperniata su dialoghi sagaci, trasmette emozioni ad ogni inquadratura, si passa dal riso al pianto in un batter d’occhio, seguendo con affetto le baruffe e le riappacificazioni familiari.
Lady Bird, così si firma la protagonista, giovane e anticonformista liceale di Sacramento, intelligente, simpatica, vivace, alle prese con i turbamenti dei primi amori, delle prime voglie strette in grembo assieme ad altri mille segreti rivelati solo all’amica più cara, ma svelati piano piano anche a Marion, la mamma, donna decisa, pratica, spinta dall’intelletto comune delle famiglie lavoratrici della working class americana. Non è candidato a nessun premio Oscar Tracy Letts, che recita il ruolo del padre buono e affezionato ai figli, cui è vicino e che in qualche modo cerca di aiutare nonostante soffra di depressione e soprassieda sui gravi problemi economici e lavorativi che sconquassano la sua vita, Letts è convincente nel suo stile William Hurt e si impasta alla perfezione con il resto del cast. La regia è di grande valore, perché l’opera non ha punti deboli, si tratta infatti di uno di quei lavori costruiti alla perfezione su fondamenta importanti, Gerwing è precisa, efficace, attenta. Il direttore della fotografia è Sam Levy, scelto appositamente per il suo stile compassato ed intimo, pregno di quella malinconia che ha fatto la fortuna dei film sentimentali newyorkesi, che qui si esalta letteralmente, sfiorando se non toccando, a tratti, la perfezione. La stupenda colonna sonora, tipicamente indie on the road, racchiude, tra le altre, la bellissima ballad firmata Dave Matthews Band Crash into me, pezzo struggente che esprime la personale sofferenza della protagonista, che si sente inadeguata e fuori luogo in una città che non le appartiene, ma alla quale si sente legata in maniera indissolubile quando poi riesce ad andarsene. Un film assolutamente meraviglioso, che non regala semplicemente emozioni, ma si tatua immanentemente dentro l’anima e si trattiene nei ricordi.

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