ADRIAN

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Adriano Celentano ci riprova ancora una volta. Dopo il devastante impatto con pubblico e critica di Joan Lui, film pretenzioso e costoso, dove il ragazzo della via Gluck impersonava un redivivo Messia pronto a salvare l’umanità da brutti e cattivi, è venuto il momento di Adrian, di cui, dopo la prima serata, rimangono oscuri i progetti e le opere. Il fatto è che Adriano deve appagare alcune malcelate smanie da megalomane, è così da sempre, lui racchiude dentro di se la verità e, a un certo punto, deve dispensarla urbi et orbi a chiunque sfiori il suo passaggio. In più, poi, Celentano ama rappresentare se stesso come un sempliciotto che, invece, al termine del delirio di onnipotenza rivela tutta la sua conoscenza enciclopedica e la sua intelligenza universale. Per chi guarda, per lo spettatore, tutto questo bailamme porta a un’immane rottura di coglioni dall’inizio fino alla chiosa divina che svela al mondo ogni arcano e porta gli unti alla redenzione. Il lato comico della vicenda è che, nonostante questo, Joan Lui a me piacque, anche se i motivi mi sono ancora del tutto oscuri. Questa volta invece non è andata esattamente allo stesso modo. L’imminente distruzione testicolare diventa evidente fin da subito, esacerbando ulteriormente l’infinita messe di puttanate attraverso un’inutile presentazione di cui è vittima perfino il grande Nino Frassica. Ci sono due cose, successivamente, che sollevano il morale dell’audience: i meravigliosi disegni di Milo Manara, un vero e proprio capolavoro oltre che un piacere per gli occhi, e il commento musicale perfetto di Nicola Piovani. Il resto è noia assoluta, tra dialoghi incomprensibili e una confusione terrificante, sostenuta a dovere, come recitano i credits, dagli scrittori in fieri della Scuola Holden, che aiutano il boss del Clan a stendere una sceneggiatura che scade, da subito, nel ridondante sottosuolo grottesco del nulla cosmico e astrale. Ovviamente stasera non mi perderò la seconda puntata, sono troppo curioso di sapere dove cazzo ci porterà questa volta il vate, perché oltretutto e in definitiva, pur detestando tutte le sue manie di grandezza, non se ne può proprio fare a meno, di lui, di quello che rappresenta, delle sue canzoni, di quella maglietta sbrindellata, del suo sorriso guascone. Insomma, cosa ci volete fare, funziona così, e poi chissà che la chiusura non riservi delle grandi sorprese, con Adrian non si vende la pelle dell’orso prima del triplice fischio, a meno che l’orchite non cronicizzi, chiaramente.

 

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